CHIEDERE SCUSA: UN'APERTURA AL DIALOGO
![]() |
| Foto de El Paìs |
Nel romanzo giallo “Il laccio rosso”, lo scrittore britannico Edgar Wallace scrive: “Se avete ragione potete permettervi di scusarvi; e se avete torto non potete permettervi di non farlo”. Una frase che ha la caratteristica di essere lapidaria; difficile trovare una via d’uscita o alternativa. Eppure questi sono tempi difficili per chiedere perdono. Perché, quest’ultima attività, richiede una riflessione sulle proprie posizioni: si rimette in gioco la propria verità.
Su questa falsa riga si è mosso anche il Time che ha identificato 10 momenti storici in cui personalità di spicco hanno chiesto scusa a nome proprio, o per terze persone, per fatti accaduti indietro nel tempo. Si parte dall’ex premier britannico Dave Cameron che chiese scusa per i fatti del 1972 (quelli riportati nella celeberrima canzone degli U2 “Bloody Sunday) in cui persero la vita 14 irlandesi che protestavano per la presenza britannica in Nord Irlanda, ma si arriva fino a Giovanni Paolo II che, sul finire del 1992, chiese scusa a nome del Vaticano e della cristianità tutta per l’atteggiamento (con processo e condanna) che la Chiesa adottò nei confronti di Galileo Galilei. Insomma, quando qualcuno chiede scusa fa notizia. E la notizia non è altro che un’anomalia all’interno di una consuetudine: è l’uomo che morde il cane che va in prima pagina, non il contrario.
Nei giorni scorsi, tuttavia, è passata sotto banco (o non con la giusta proporzione di attenzione) un’altra notizia che ha qualcosa di sorprendente: lo scioglimento dell’Eta, l’organizzazione indipendentista basca che causò decine e decine di morti durante la sua attività terroristica. Ma, soprattutto, i suoi militanti hanno chiesto scusa, come riporta il giornalista Mikel Ormazabal su El Paìs: <“L'organizzazione, che si è rammaricata per il danno causato e ha chiesto il "perdono" per la "sofferenza eccessiva" in un'altra lettera, riconosce nuovamente “il dolore causato dalla loro lotta”>. Ed è quest’ultimo punto che mi interessa sottolineare: ovvero non si tratta di un’astrazione dalla propria colpa, il surrogato di un alleggerimento della propria coscienza. No. In questo caso si riconosce “el sufrimiento provocado”, il dolore causato. Ed è così che “chiedere perdono” assume la forma del dialogo e abbandona la vanità del solipsismo. Si chiede scusa a qualcuno che è rimasto danneggiato dal nostro comportamento, che ha subito, appunto, dolore.
Non è segno di debolezza. Anzi, tutt’altro.
Con questo non è necessario far diventare eroe chi ha delle colpe. Non accresce stima nei confronti di chi ha ucciso. Ma se ne comprende la dignità. E il mettersi e mettere in discussione il proprio “arrocco” apre al confronto delle idee. Il modo migliore per convivere.
Massimo Sampaolesi


