I SOCIAL, ENZO E LA BOMBA ATOMICA
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| Foto da ilgiorno.it |
Ormai i social networks la fanno da padrone. Tutto passa attraverso i profili variegati di tanti (troppi?) egotici che si raccontano al mondo. E, soprattutto, giudicano il mondo. In pochi attimi, si ha un’opinione su tutto e tutti. E ci si altera se qualcuno ci fa notare che la “nostra” verità è claudicante e il nostro giudizio è debole, se non del tutto scorretto. Ma questo poco importa. Di questi tempi, non bisogna fare neanche la fatica di andare a comprare una bomboletta spray per imbrattare i muri di noi stessi. Oggi, basta una e-mail, anche falsa, per farci spalancare l’agognato muro social davanti agli occhi e insozzarlo di noi. E dei nostri giudizi.
In queste ore, però, mi viene da pensare a Enzo Tortora. Era il 18 maggio di trenta anni fa quando un tumore ai polmoni se lo portò via. Ma non portò via solo un giornalista onesto e un conduttore televisivo amato da tutta Italia. No, quel tumore portò via un uomo innocente che era deflagrato sotto le accuse false di due pentiti di camorra. A muoverle contro il presentatore furono Pasquale Barra e Giovanni Pandico, poi a catena si aggiunsero altri 17 testimoni che confermarono le accuse aggravandole di particolari: “Fa parte dell’Organizzazione - dissero - ed è anche un corriere della droga”. Era il 17 giugno del 1983 e la Procura di Napoli non fece altro che inserire anche il nome del giornalista, tra gli altri ottocentocinquantaquattro (854) ordini di cattura emessi.
Con Enzo, dunque, divennero ottocentocinquantacinque.
Il 17 settembre 1985, poi, il presentatore venne così condannato a 10 anni di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso e traffico di stupefacenti.
La verità. Che bella cosa la verità! E quando si è certi di averla, qualcuno può essere mischiato, triturato, avvinto e vinto e ugualmente anonimo in mezzo ad altri ottocentocinquantaquattro presunti criminali. Proprio per quella verità, per quello strumento su cui investiamo tutto. Come se la vita di un individuo possa davvero essere giocata così, su un tavolo di roulette. Sulla fortuna o la sfortuna di incontrare lo zelo altrui. Le vanità altrui.
Nell’appello, il 15 settembre 1986 altri giudici napoletani, però, ribaltarono la sentenza e lo assolsero con formula piena. Dopo sette mesi di carcere e gli altri passati con la costrizione dei domiciliari. Fu quasi facile, ribaltare la sentenza. Perché le prove rasentavano il ridicolo per la loro inconsistenza: “Mi hanno fatto esplodere una bomba atomica dentro” disse poi Tortora. E sembrò a tutti una metafora. Ma non era così. Un tumore era stato innescato e non ci sarebbe stato un appello per scagionarlo dalla malattia.
Ero appena un ragazzo, all’epoca. Ma quella vicenda mi entrò nell’anima con la forza di una lama fredda che taglia carne innocente. Meno di dieci anni dopo, sarei diventato un giornalista. Con una ferita sgocciolante e mai cauterizzata. Perché non si può giocare, con la vita degli altri. Mai. E in nessun modo: “A cosa è servito il suo sacrificio? - racconta oggi, a trent’anni di distanza, la figlia Silvia all’Ansa - La potenza del dolore e dell'ingiustizia ha provocato un solo effetto: la sua morte”. Dolore. Ingiustizia. Parole così gravi e, al contempo, così fragili da poter perdere peso.
E torno a guardare i social networks. Così pieni di verità. Non ho più stupore. Ma una ferita che brucia l’anima. Quella sì.
MASSIMO SAMPAOLESI


