L'INTELLIGENZA EMOZIONALE
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| Foto da neakriti.gr |
Ci aveva già pensato Steven Spielberg con un film. E prima di lui, Stanley Kubrick (anche se la sopraggiunta scomparsa, ne impedì il compimento). Comunque sia, il tema di quella che noi definiamo Intelligenza Artificiale è in pieno dibattito. Da più di venti anni, nella forma attuale. Ovvero, in questi ultimi quattro lustri, attraverso il continuo e sempre più veloce processo di evoluzione tecnologica, abbiamo preso nozione di ciò che potrebbe essere il nostro futuro. Quanto mai, nelle immediate prossimità temporali.
Per definizione, l’Intelligenza artificiale “studia i fondamenti teorici, le metodologie e le tecniche - apprendiamo dalla Treccani - che consentono di progettare sistemi hardware e sistemi di programmi software atti a fornire all’elaboratore elettronico prestazioni che, a un osservatore comune, sembrerebbero essere di pertinenza esclusiva dell’intelligenza umana”.
Torneremo a discutere più nel dettaglio di questo argomento, anche perché ogni giorno quotidiani, riviste e magazine italiani ed internazionali trovano spunto per parlarne. Ma oggi, quello su cui mi interessa porre attenzione è quella “pertinenza” che troviamo nella definizione. Ed è chiaro che quel termine apre molte altre porte oltre a quelle chiaramente scientifiche e ingegneristiche. Su tutte, la questione etica. Una questione che spesso accompagna ciò che gli scienziati dibattono in termini strettamente tecnici. Lo fu ai tempi di Oppenheimer, della Bomba atomica e del progetto Manhattan e lo è altrettanto oggi.
Si suppone dunque una “prestazione” esclusivamente umana. Perché a quella logica sequenza algoritmica, l’uomo aggiunge un fattore determinante: la coscienza. Perché è la Coscienza a determinare la funzionalità di un’azione, dotando quest’ultima di presupposti aprioristici che ne divengono i princìpi esecutori: più semplicemente, il Bene e il Male.
Ma semplifichiamo ulteriormente: se la nostra mano si arma e spara con una pistola è, scientificamente, un algoritmo. E se è un algoritmo vuol dire che ha in sé la qualità della replicabilità. Cioè, l’azione nuda e cruda può essere compiuta anche da un braccio meccanico. Questo è stato il primo e funzionale approccio con l’Intelligenza che viene definita, appunto, artificiale, cioè creata attraverso un artificio e non congenita. Si tratta dunque di un’imitazione del gesto originario, un’emulazione pertanto ripetibile.
Ma quella mano che spara, per noi umani, è ben altro. Citando ancora Kubrick, viene subito alla mente Hal 9000, il computer di bordo della navicella di “2001 Odissea nella spazio”. In quel caso, l’Intelligenza del computer compie un determinato passo avanti: decide e sceglie (e questi altri termini sono, nel dibattito, altrettanto determinanti) ciò che le porta nocumento, ciò che le è avverso. Nel film, è l’essere umano da intendersi genericamente (anche se nella pellicola, è specifico). Ecco quindi che ciò che è artificiale acquisisce il fattore fondamentale: la scelta secondo coscienza. Secondo coscienza propria. E se è “propria” vuol dire che è autosufficiente e non necessita di uno stimolo meccanico esterno. Quindi non ha bisogno di “noi” per decidere. È il suo “Io” a essere condizione necessaria e sufficiente per la propria autonomia esistenziale.
Il saggista informatico statunitense Ray Kurzweil (che potremmo definire il Nostradamus del sapere tecnologico e scientifico), nelle sue previsioni (la maggioranza delle quali si sono avverate e sono sotto i nostri occhi, tutti i giorni) pone una data che ritengo esaustiva sull’argomento: nel 2037 ci sarà una grande svolta nella comprensione dei segreti del cervello umano. Sarà determinato da centinaia di zone diverse con funzioni specifiche. Alcuni degli algoritmi che codificano lo sviluppo di queste zone verranno trascritti e compresi nella rete neurale dei computer. Tradotto: nel 2037 il computer sarà estremamente simile all’essere umano.
Non voglio dilungarmi oltre, sebbene l’argomento lo necessiterebbe. Come detto, ci torneremo sopra. Ma voglio chiudere questa brevissima introduzione tra questi meandri con un interrogativo specifico: l’Intelligenza artificiale, acquisendo la capacità del cervello umano, sarà poi in grado di diventare di conseguenza anche un’Intelligenza emozionale? La risposta a questa domanda determinerà l’approccio umano ed etico a questo argomento. Oppure, ne alimenterà solo la paura, immaginando uno spaventevole domani.
MASSIMO SAMPAOLESI


